in ,

Pittore JAN MATEJKO (1838-1893) – “un veneziano polacco”

JAN MATEJKO, AUTORITRATTO

Nell’anno 1910, Ugo Nebbia – un pittore, critico d’arte e giornalista italiano – ha pubblicato sulla rivista italiana “EMPORIUM” un articolo dedicato a Jan Matejko – “un veneziano polacco”  nato e vissuto a Cracovia – “un fenomeno inaspettato” che “ha del Veronese per l’ampiezza di concezione, del Tintoretto per la larghezza e l’efficacia del pennelleggiare”.

L’articolo originale di venti pagine con le foto in bianco e nero è consultabile sul sito http://www.artivisive.sns.it. Nella mia presentazione ho inserito, dov’era possibile, le illustrazioni a colori dal sito www.pinakoteka.zascianek.pl.
Buona lettura!
Agata Rola-Bruni

“EMPORIUM” (Luglio 1910 vol. XXXII nr 187)

ARTISTI CONTEMPORANEI: GIOVANNI MATEIKO

Si potrebbe affermarlo: il nome di Mateiko non è per noi e per i nostri tempi di quelli che fanno spiritare quando si pronunziano. Anzi, dopo neppure vent’anni dalla morte del solitario maestro di Cracovia, ci sarebbe perfino da ricorrere all’ormai trito paragone carneadiano: Chi era costui?

Pittore di storia? E come allora dissociare l’idea d’un pittore di storia, da quella di certi tempi beati per l’arte, in cui un manichino od un modello qualunque in abito di comparsa aveva ufficio d’entrare, più o meno abilmente, a comporre, cogli altri amminicoli d’occasione, ciò che si chiamava la rappresentazione storica dei grandi episodi?

Storia della Polonia poi! Ed anche i tempi sono passati in cui i nostri padri dovevano spiritare al nome di Polonia. L’idea polacca, il sogno polacco, incubo penoso che grava sull’animo di tutto un popolo grande ed infelice: ecco qualcosa che va come cancellandosi dalla nostra memoria e dalla nostra coscienza, per assumere solo l’aria d’un’altra vieta immagine di tempi eroico-romantici, alla quale si sono a sazietà ispirate arte, letteratura, politica e via dicendo.

Dunque il nome di Mateiko, pittore di storia e, per di più, di storia polacca, non dovrebbe tra noi essere neppure di quelli che non è lecito ignorare. La colpa, del resto, non è neppure tutta nostra, se andiamo diventando sempre più piccini al suo cospetto. È sua piuttosto: ha dato forma salda e complessa a momenti storici troppo solenni, troppo in contrasto alla grigia vita sociale d’oggi. L’anima intensa che il suo pennello ha infuso in tutto il poema ed in tutta la tragedia d’un popolo non è la nostra: troppo gagliardo ne è il soffio per le ansimanti palpitazioni d’uno spirito odierno. (…)

Dunque, ripeto, può essere in Italia scusabile distrazione passar oltre anche al nome di Giovanni Mateiko, quando un caso qualsiasi ce lo metta sotto gli occhi. Al massimo qualcuno può ricordare che tale nome è scritto sotto una poderosa tela, tumultuante d’uomini in armi e rutilante di colori, sulla quale per un attimo si sofferma l’attenzione delle folle cosmopolite che percorrono le Gallerie del Vaticano.

Non più di un attimo però. Fra le serene ed armoniose raffigurazioni e le tonalità pacate delle Camere della Segnatura e d’Eliodoro, le composte policromie degli arazzi raffaelleschi, l’eloquenza suprema della Sistina, quella cruda e quasi selvaggia espressione pittorica, dove nulla sembra siasi voluto sacrificare ai nostri concetti estetici od ai canoni supremi dell’arte di cui la sontuosa dimora dei papi è sì prodiga alle folle dei visitatori, è una nota troppo stridente, che offende con i suoi toni squillanti e clamorosi, fino a sgomentarci ed a farci passar oltre rapidamente, perché le sue intense vibrazioni non giungano a turbare la serenità dello spirito già sazio di tante cose belle.

Così la smagliante e clamorosa tela di Sobienski [Sobieski]sotto Vienna, colla quale il forte maestro polacco, nel secondo centenario della cacciata dei Turchi da Vienna, facendo in nome della Polonia omaggio al capo della cristianità della vasta composizione pittorica celebrante lo storico evento, voleva quasi ripetere il gesto superbo del grande capitano, che inviava al papa lo stendardo conquistato agli infedeli, è generalmente lasciata un po’ in disparte; non già dimenticata.

Ne si potrebbe dimenticarla. Per poco anzi che si costringa su essa l’attenzione, dal tumulto di tutta quell’ampia, affollata, ed anche farraginosa composizione, balza arditamente fuori in tutta la sua efficacia rappresentativa l’arte d’un vero creatore ed animatore di grandi eventi, e le sue caratteristiche individuali spiccano nettamente sì da fissarsi per sempre in noi, in tutti i suoi pregi ed anche in tutti i suoi difetti.

E quale superbia in quei pregi ed anche in quei difetti! Un’individualità costituita dall’esuberanza, un temperamento che null’altro è se non intemperanza: qualcosa di barbaro e d’orientale che s’è impossessato con una strana violenza di tutte le risorse pittoriche a noi note ed ignote, con una fusione di realismo e d’arcaismo, d’ingenuità brutali di colore e d’inarrivabili raffinatezze di forma; una preoccupazione di fissare tipi, d’imprimere caratteri indelebili in ogni particolare del complesso soggetto che doveva spontaneamente sgorgargli dal pennello agitato dalle focose immagini del suo pensiero e dalle focose immagini del suo pensiero e dalle vibrazioni profonde del suo sentimento nazionale.

Difetti? E chi non saprebbe trovaglieli? Non già formali, nelle singole parti – che Mateiko compone, disegna, anima, colorisce e, soprattutto, esprime con un’efficacia che si potrà raggiungere, non superare. Ma nell’insieme, nella concezione del quadro, in cui nessun limite appare esser stato imposto alla sfrenata fantasia dell’autore. E non chiediamogli per questo ciò che nel senso stretto si chiama equilibrio, organismo, armonia, subordinazione e determinante leggi pittoriche, prospettiche, a date tonalità cromatiche. Null’altro forse sentiremmo risponderci, se non che per lui unica armonia deve essere l’equilibrio dei suoi eccessi pittorici. Ma tutto ciò in modo così vivo e sincero, che si finisce col comprendere come l’augurargli certe qualità, equivarrebbe augurargli di distruggere certe altre che sono quelle che più altamente fanno spiccare la sua personalità.

Così quasi sorprende trovare nei dettagli, nelle teste, nelle mani, nelle stoffe, rare delicatezze di tocco e d’interpretazione. Sono squisitezze alle quali il Mateiko, maestro davvero di tutti i mezzi pittorici, mostra di saper discendere pienamente se gli talenta, ma nelle quali non ama soffermarvisi troppo. Ciò non è consentito dal suo temperamento; sembra gli pesino; e torna per questo alla sua foga, alla ricerca delle sue tonalità violente, ad una lotta che non lo sgomenta certo, poiché in essa soltanto si trova pienamente a suo agio.

Poiché è una vera lotta che egli sostiene, dominando sempre, anzi soverchiando con una confidenza incredibile nella forza dei propri mezzi. La maschia tela del Sobienski del Vaticano, non è che una delle tante, e neppure delle più clamorose, fatiche pittoriche di Mateiko. Già a Parigi, dove aveva brillantemente esordito per la prima volta fuori di patria al Salon del 1865, era stato battezzato «l’atleta polacco».

E qualcosa d’atletico era davvero in lui.

LA PREDICAZIONE DI SKARGA NELLA CATEDRALE DI CRACOVIA, SKARGA (PARTICOLARE)

Non aveva allora che ventisette anni, ma molto già aveva lottato e vinto. Alla sanguinosa sommossa, ed all’ancor più sanguinosa repressione del 1863, che aveva dolorosamente ribadito le pesanti catene della Polonia, Mateiko, giovane d’appena venticinque anni, aveva avuto l’animo di rispondere col Sermone di Skarga, l’ampia tela raffigurante la profezia sulle sorti della patria, pronunziata da Skarga, davanti a Sigismondo III nella vecchia cattedrale di Cracovia: opera che già era, non soltanto la rivelazione completa d’una maschia tempra d’artista, ma una superba conferma della vitalità della nazione polacca, ed un’altisonante affermazione dei diritti d’un popolo in nome della grandezza della propria storia.

Poiché la pittura storica di Mateiko va riguardata, non solo rispetto al valore intrinseco, ma per ciò che essa esprime, e, più ancora, per i sentimenti che rievoca. Non è l’illustrazione d’un episodio, ma l’espressione efficace di ciò che tutto un popolo sente davanti alla propria storia: non un fatto, ma l’anima del fatto. Per questo, non al lato tecnico dell’opera conviene fermarsi, ma a quello morale. Certi difetti, che sarebbero tali per un artista mediocre, scompaiono al cospetto del significato dell’opera sua, e dinanzi a certe sue qualità pittoriche realmente poderose ed animatrici.

E nessun meglio di Mateiko comprese ciò che vuol dire imprimere un carattere a delle grandi concezioni storiche, dar vita reale ad episodi di tempi tramontati, e plasmare tipi di personaggi, che si imprimono per sempre nella memoria, si forte esprimono il pensiero e lo stato d’animo dell’età loro, e fin quello preciso del momento in cui intervengono all’azione.

L’interno era quello d’insegnare il passato ai contemporanei, per non fargli disperare nella tristezza del presente, e prepararli al futuro. L’amore per la sua terra esaltava realmente le virili energie pittoriche di Mateiko, sì che poteva conseguire appieno tale intento, al punto che la Polonia per la forza suggestiva dell’arte sua, imparava a non vedere e a non concepire la propria storia se non come egli l’aveva veduta ed espressa. (…)

Aveva troppo da dire: alla piena dei suoi sentimenti di patriota e d’artista non bastava l’equilibrio di qualche gruppo centrale di personaggi, con altri destinati per rango d’importanza a fare da sfondo. Doveva essere una folla, ed ognuno in questa folla doveva parlare con tono ben altisonante, perché dal clamore complessivo erompesse senza freno la voce che doveva dire ad ognuno ciò che egli voleva che tutti comprendessero del significato dell’opera sua.

Ed il particolare per questo sovrabbonda e lotta crudamente per primeggiare nella poderosa gara di figure e di colori che vibra nelle grandi tele storiche del maestro polacco. Vivide gamme cromatiche balzano arditamente agli occhi, fino a costituire le note più acute e squillanti. In certi momenti, per corrispondere all’originalità ed alla potenza rappresentativa e coloristica dei suoi quadri, vien fatto di pensare al bagliore al quale assurgerebbero certe composizioni , qualora fossero tradotte colle risorse  d’una ricca tappezzeria, smagliante di tutti gli splendori della materia, e fiammeggiante di fili d’oro e d’argento.

Ed anche il grande nelle dimensioni dei suoi quadri storici, di dodici, quindici, fin diciotto metri per lato, risponde perfettamente alla esuberanza delle sue concezioni. Anzi non si possono ideare se non nell’ampiezza con cui egli li ideava e li componeva. Nel Salon del 1875 esponeva Il battesimo della storica campana di Cracovia nel 1521 davanti a re Sigismondo: un vero fuoco d’artifizio per la vivezza dei colori – così era giudicato – e ricco, al solito, di particolari sorprendenti per intensità di vita e d’espressione. Pure le dimensioni minori date a tale gagliarda opera rispetto all’enorme tela di Stefano Bathory sotto Pskow, esposta l’anno prima allo stesso Salon, parevano alla critica troppo povere per la giusta efficacia della composizione; così che si doveva riconoscere come la concezione pittorica di Mateiko era sempre sì solida e vasta, che, per essere compresa nel giusto suo valore rappresentativo, era necessario vi rispondesse adeguatamente anche l’ampiezza materiale del quadro.

A partire dal 1865, Parigi aveva avuto occasione sovente d’ammirare l’opera dell’atleta polacco, sempre improntata alla rara efficacia del suo temperamento, e sempre giudicata degna d’un maestro assoluto, anche nelle esuberanze e nei difetti, considerati piuttosto prodotti sinceri dello spirito della sua razza e del suo senso estetico, che deficenze dell’arte sua.

Nel Salon del 1874 l’enorme tela di Stefano Bathory davanti alle mura di Pskow, era anzi giudicata l’opera più virile: giudizio che tanto più amaro doveva sembrare alla critica francese, in quanto alla stessa mostra si poteva dare come competitore a Mateiko fin Puvis de Chavannes.

«Quantunque penoso sia per noi simile confessione – così doveva scrivere il grave Louise Gonse della Gazette des Beaux Arts – tuttavia dobbiamo in verità riconoscere che egli ha una tal forza di testa ed una tal quadratura di spalle che lo fanno oggi, di fronte ai nostri pittori, un atleta ben temibile». (…)

*  *  *

Donde aveva potuto accogliere tanto valore e tanta energia d’espressione? Nella vita della Polonia Mateiko appare come un fenomeno inaspettato, poiché non si può dire nel senso stretto della parola che egli abbia avuto predecessori. Dell’arte degli altri popoli, della quale pur qualche elemento vitale, come per istinto, egli mostra d’aver trasfuso nelle manifestazioni della sua fecondissima attività pittorica, non aveva potuto ricevere che scarsi insegnamenti, e solo per riflesso. Nato a Cracovia nel 1838, nella vecchia e storica città dove più forte batte sempre il cuore della gente polacca, aveva passato intera la sua prima giovinezza; studiato un po’ nel liceo, un po’ nella scuola di Belle Arti, dove nessuna spiccata individualità poteva influire su di lui, e dove a lui solo doveva spettare ricercare la forma più conveniente al proprio temperamento artistico.

A vent’anni appena, oltre una già ricca produzione d’opere minori, una grande raffigurazione storica lo aveva messo in evidenza, e gli aveva procurato qualche mezzo per allargare l’orizzonte delle proprie cognizioni. era il quadro di Sigismondo il vecchio che dà il diploma di nobiltà ai Professori di Università di Cracovia. Un piccolo sussidio gli permise allora di spingersi fino a Monaco, dove, nonostante le ristrettezze in cui era costretto a vivere, ed il tifo che lo tenne a letto due mesi dei dieci che egli rimase colà, lavorò febbrilmente, senza tregua, agguerrendosi per le dure lotte che si preparava a sostenere, raccogliendo soprattutto preziosi materiali per l’opera sugli antichi costumi polacchi, alle quale egli s’accingeva con particolare fervore patriottico e con fede d’artista devoto alle più nobili tradizioni  della sua terra.

Al cospetto degli eventi d’un passato glorioso che gli si rivelava di continuo sotto gli occhi come ingrandito dalle miserie  del presente, già s’affermava in lui la coscienza che solo dal proprio temperamento artistico avrebbe dovuto cavar le energie per suscitare più vivo e palpitante questo passato, per ammonire, e per insegnare che i vinti dell’oggi erano stati i vincitori d’un giorno d’un giorno, e ribadire nei suoi il concetto che, se la fortuna aveva tolto alla Polonia l’unità politica, non avrebbe mai potuto frangere l’unità nazionale consacrata dalla grandezza della sua storia. Il pittore doveva diventare lo storico evocatore degli annali del suo paese ed imparare per questo ad animare ogni particolare della vita d’un tempo.

E Mateiko ne studiò con amore ogni aspetto. Per breve tempo ancora fu a Vienna, sempre allo scopo di raccogliere materiali per la grande impresa alla quale s’era accinto. Poi si serrò in Cracovia e proseguì tenacemente nel suo cammino. Le storiche vicende della nazione, entro la cornice medioevale della pittoresca città, gli fiorirono allora gagliardamente all’intorno Tra il vecchio Mercato dei drappi, le antiche sinagoghe, la veneranda chiesa del Castello di Wawel che racchiude le tombe dei grandi re Iagelloni, di Kosciuszko, di Sobienski, di Mickiewicz, la nobile chiesa di S. Maria dai pregevoli cimeli dell’arte di Weit Stoss, i gloriosi eventi d’un giorno parvero rinascere spontaneamente per virtù dell’arte intensa ed evocatrice di Mateiko. Egli veniva in tal modo a costituire come una parte integrante, quasi una produzione diretta dello storico ambiente, sacro a tutte le tradizioni della vecchia Polonia. Stanislao Witkiewicz nel suo bel volume sul maestro di Cracovia,che fa parte dell’artistica collezione varsaviana di Nauka i Sztuka, in nessun altro modo trova che si sarebbe potuto definire la stretta fusione del glorioso evocatore delle memorie polacche coll’antico ambiente cracoviano, se non paragonandolo a quelle piante che spontaneamente e tenacemente s’abbarbicano fra le connessure delle vecchie muraglie.

Egli s’impadronì con foga e con passione di ogni dettaglio dell’antica vita, pitture, sculture, architetture, stampe, iscrizioni, miniature, raccogliendo una messe preziosa di materiali storici ed archeologici di cui fece tesoro nei suoi quadri e condensò inoltre nella sua ponderosa opera sui «Costumi dell’antica Polonia» compiuta nel 1862: rara pubblicazione dove, al magistero d’un artista padrone di tutti i mezzi grafici atti a dominare la forma, risponde appieno la sapienza d’un vero indagatore acuto e scrupoloso d’ogni problema del passato.

La robustezza del suo temperamento vi si rivela completa. È l’uomo oramai forte e tenace che non pensa, agisce. Nell’opera di Mateiko come animatore della storia del suo paese non è infatti il pensatore che emerge, ma l’uomo d’azione: più che il lampo d’un genio vi guizza l’energia indomabile d’un titano. Bisognava lottare, chiamare a raccolta colla massima evidenza rappresentativa tutta la vita d’un tempo, farla comprendere a tutti, animarla in ogni suo particolare per renderla dominatrice del presente.

Ed è ciò che Mateiko fece. Ogni suo quadro storico assunse il significato d’un appello clamoroso di tutte le energie nazionali. Al vasto quadro della Profezia di Skarga sull’avvenire della Polonia, dove l’artista venticinquenne mostra già tanta energia da dare, con piena padronanza della forma, reale efficacia alla grande pittura storica, segue la drammatica scena di Reytan, l’episodio della congiura di Targowica, quando Reytan, nell’apprendere la ignominiosa notizia che la Polonia cessa di esistere per l’abdicazione del re Stanislao Augusto, cade a terra come fulminato, fra la costernazione e l’avvilimento dei grandi del regno. Ciò che è espresso in tale quadro vibra altamente nell’anima della Polonia, poiché il profondo sentimento patriottico che esaltava l’arte di Mateiko imprimeva nel rapporto fra le varie parti dell’ampia composizione una tale potenza comunicativa, che la figura di Reytan riassume tuttora per i Polacchi il secolare grido di dolore della loro terra.

L’Unione di Lublino del 1569, composta pel terzo centenario del patto d’alleanza fra i Polacchi ed i Lituani, commemora con nobiltà ed eloquenza la fratellanza dei popoli nel comune destino. Al cospetto delle altre grandi tele, questa sembra fatta con minor calore ti temperamento; il che permette all’artista una maggior padronanza del tema e dei mezzi pittorici: più organica è per questo l’azione dei singoli gruppi attorno alla nobile figura del re Sigismondo Augusto che alza la croce per consacrare lo storico evento; e più evidenti i pregi formali che Mateiko soleva profondere a piene mani nelle sue composizioni.

Collo Stefano Bathory la sua foga s’accende ancor più, e comincia l’esaltazione della potenza della Patria d’un giorno. Al quadro che pone l’impero moscovita ai piedi della Polonia, segue quello che ricorda come un tempo anche l’altra dominatrice dell’oggi, la Prussia, doveva fare omaggio: Alberto duca di Prussia che presta giuramento di fedeltà al re Sigismondo: concezione solida, trattata con tutta l’efficacia di colore, di disegno e d’espressione di cui era capace l’arte sua, esuberante ed animata non meno delle altre, e delle migliori e delle più equilibrate, se non la migliore fra le sue grandi tele storiche. L’esultanza pel trionfo d’un giorno è spinta poi all’estremo limite pittorico nella Battaglia di Grunwalden, del luglio 1410, vinta da Ladislao primo dei Iagelloni contro i Prussiani, e di cui la Polonia celebra appunto in questi giorni le feste centenarie: una mischia terribile, un vero tumulto d’uomini e di cavalli, che opprime ed incombe fino a vietarci d’abbracciare nell’insieme la potenza della composizione, ed a costringerci a considerarne invece i particolari d’un efficacia da far fremere. Non molto diverso sotto questo aspetto, per quanto più temperato nell’azione, se non nel colore, è il Sobienski [Sobieski] sotto Vienna del Vaticano. Nel grande Kosciuszko dopo la battaglia di Raclavic v’è ancora, la medesima fierezza dei sentimenti e la stessa indisciplinatezza di piegarsi a tutto quanto avrebbe costituita l’unità della composizione, per fermarsi invece a comunicare il massimo vigore ad ogni particolare. La materia vibra davvero; i gruppi si agitano; sembra d’intendere la fanfara trionfale dei vincitori e l’odore ardente della polvere. Basti il manipolo dei soldati sconvolti nell’ebbrezza della vittoria ed acclamanti a Kosciuszko per comprendere di quale artista si parli.

Makart, Heim, Cornelius, Delaroche in singolar modo, tutti i grandi pittori della storia pare siano stati, non imitati o studiati, ma conquistati da Mateiko. Nella spiccata originalità della sua arte e del suo temperamento si direbbe trasfusa l’intensa vita coloristica dei più saldi maestri del cinquecento veneziano: ha del Veronese per l’ampiezza di concezione, del Tintoretto per la larghezza e l’efficacia del pennelleggiare. Talora v’è anche del Van Dijck nella nobiltà e nella squisitezza d’alcuni particolari, delle teste e delle mani specialmente; del Rubens nella magniloquenza degli accessori decorativi e delle stoffe: il tutto però elaborato o, meglio, violato dall’esuberanza d’un carattere che non conosceva limiti alle proprie espressioni.

LA BATTAGLIA DI GRUNWALDEN

L’elenco delle grandi pagine della storia di Polonia rievocate da Mateiko non s’arresta a quelle ricordate. Lavoratore prodigioso ed instancabile, egli, sebbene morto a soli cinquantacinque anni, giungeva a creare con una fecondità tale che, dalla sola quantità dell’opera sua si può comprendere come eccezionale dovette essere il suo temperamento artistico. A migliaia si potrebbero contare le figure animate dal suo pennello. Ogni suo quadro pare costruito con una violenza tale nell’insieme e nei dettagli da esaurire qualunque fibra. A decine tuttavia nacquero le sue poderose tele storiche: quelle di minor dimensione, i quadri di vario carattere, i ritratti, i bozzetti, gli studi non si contano.

Ecco, oltre le grandi tele già ricordate, L’avvelenamento di Bona; Calo Gustavo alla tomba di Ladislao Sokietk [Lokietek] nella cattedrale di Wawel; Giovanni Casimiro a Bielany; Il battesimo della campana di Cracovia; Wernyhora, il profeta popolare dei miti polacchi; Ivan il Terribile, Giovanna d’Arco, altra magniloquente tela destinata in dono alla nazione francese; La sentenza di morte del magistrato di Cracovia; Il re Sigismondo e Barbara, s’ intenso di significato e nobile di frattura; Stanczyk, il buffone del re; Orsola Kochanowska; La Polonia, tanto profonda ed eloquente nell’esprimere il dolore della nazione dopo le sanguinose vicende del 1863; Il voto di Casimiro alla cattedrale di Leopoli, vasta composizione che non arrivò in tempo ad ultimare; ed altre assai. (…)

Praga, invidiando a Cracovia simile maestro, nel 1873 gli offriva l’incarico di dirigere la vecchia sua Accademia di Belle Arti: onore che Mateiko ricusava, non per disdegno dell’amicizia degli Czechi, ma per serbare intero il suo amore e la sua attività alla Polonia. Questa lo compensava allora della nobiltà di tale atto col fondare in suo onore la nuova Accademia di Cracovia e chiamandolo a dirigerla.

Il legame diveniva così indissolubile. Il figlio glorioso della storica città polacca s’immedesimava per così dire nella vita della sua terra, da assurgere quasi al significato d’un simbolo e da riassumere nell’arte sua tutte le energie e tutte le speranze della patria. Troppo individuale e troppo indisciplinato nelle sue concezioni, dal suo insegnamento non poteva sorgere ciò che si chiama una scuola. Non ebbe per questo nè scolari nel senso largo della parola, né imitatori. Fecondò tuttavia energie assai vitali; non poche anzi di quelle che costituiscono la brillante scuola moderna polacca.

Alla sua morte nel 1893 la sua casa e il suo studio divenirono come il santuario dove la Polonia racchiuse gelosamente la gloriosa storia della sua vita rievocata dal soffio animatore dell’arte di Mateiko, mentre il Museo cittadino di Cracovia si riempiva delle sue grandi tele smaglianti e tumultuose.

Si direbbe che laggiù si sogni che tutta quella folla di personaggi in armi possa un giorno balzar viva dalle cornici per guidare ancora la vecchia nazione a migliori destini.

E chissà che un tal sogno non sia stato il segreto dell’indomita energia del pennello di Mateiko.

UGO NEBBIA

Ugo Nebbia (1880-1965) – è stato un pittore, critico d’arte, restauratore, archivista, illustratore e giornalista italiano. Per saperne di più leggi: www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/ugo-nebbia/Dizionario_Biografico/

 

 

 

 

 

Z kącika młodego redaktora: Relacja z pielgrzymki do Subiaco i Mentorelli

Koncert z udziałem Dominiki Zamary:”Perły Muzyki Sakralnej i Operowej”